La scelta all’Ilva tra lavoro e salute e la lezione dei 40 mila Fiat
Credo che si sia arrivati al momento finale della vicenda Ilva, guerra nella quale sono stati coinvolti proprietà, governo, regione Puglia, magistratura. Quelli più importanti, i lavoratori, sono l’esercito sul quale fanno affidamento tutti gli altri attori. Parto dall’assunto che la famiglia Riva sia fuori gioco, loro come individui siano ormai un comune fascicolo giudiziario e tutti gli altri abbiano ragione, in primis la magistratura, che applica la legge. Poi il governo, che anni fa aveva venduto l’azienda alla famiglia Riva, e che deve farsi carico sia della salute della popolazione che del diritto al lavoro di una Repubblica, che si vanta di aver messo il lavoro all’articolo 1 della sua Costituzione. di Riccardo Ruggeri L'editoriale Ilva Brockovich

Credo che si sia arrivati al momento finale della vicenda Ilva, guerra nella quale sono stati coinvolti proprietà, governo, regione Puglia, magistratura. Quelli più importanti, i lavoratori, sono l’esercito sul quale fanno affidamento tutti gli altri attori. Parto dall’assunto che la famiglia Riva sia fuori gioco, loro come individui siano ormai un comune fascicolo giudiziario e tutti gli altri abbiano ragione, in primis la magistratura, che applica la legge. Poi il governo, che anni fa aveva venduto l’azienda alla famiglia Riva, e che deve farsi carico sia della salute della popolazione che del diritto al lavoro di una Repubblica, che si vanta di aver messo il lavoro all’articolo 1 della sua Costituzione. In queste condizione sparare sui Riva è inutile, l’Ilva ormai solo formalmente è un’azienda privata. Il consiglio d’amministrazione al completo, compresi presidente e amministratore delegato, si è dimesso. Ma la vera svolta, che mi fa capire che siamo negli ultimi metri dell’ultimo miglio, sono le dimissioni di 30 capireparto. La vera notizia, che curiosamente i media hanno giudicata un fatto accessorio, in realtà è questa: la spina dorsale di un’azienda sono i capi intermedi, in loro assenza la catena di governo e di comando cessa di esistere, quindi la stessa cessa di funzionare.
Negli oltre quarant’anni di lavoro e di management, persino nei momenti più drammatici, quando le Brigate Rosse spadroneggiavano con i loro “compagni che sbagliano” o i loschi intellettuali “né con lo stato, né con le Br”, quando chi aveva responsabilità rischiava se non la vita almeno le gambe, mai avevo assistito a un episodio simile. Sono sempre partito dall’assunto che la classe operaia sta alla fabbrica come l’esercito sta allo stato. Il fatto che si siano dimessi, per timore di avere implicazioni giudiziarie personali, 30 capireparto equivale al fatto che nell’esercito abbandonino il comando sergenti e marescialli, e quando ciò avviene, l’esercito è evaporato, al di là degli ordini impartiti dallo stato maggiore. A Torino, quando i capireparto di Fiat Auto dissero basta e decisero di marciare verso piazza Castello erano poche centinaia, divennero quarantamila durante il percorso, poche ore dopo i sindacati, con l’avallo del Pci di Berlinguer, firmarono l’accordo alle condizioni dettate da Fiat. Era stata fatta una scelta, drammatica ma corretta, si era privilegiato il lavoro rispetto alle condizioni di lavoro. Qui siamo nella stessa situazione, seppur più drammatica, perché la scelta è fra lavoro e salute. Tutti si rifiutano di prendere atto che il dilemma è questo, orrendo fin che si vuole, ma è questo: tertium non datur. In realtà, il dilemma è ancora più complicato, perché anche se dei due corni si scegliesse quello di chiudere l’Ilva, i problemi sanitari si protrarrebbero comunque nel tempo (vedi Bagnoli).
Da due anni ci balocchiamo sull’ovvio ma impraticabile “difendiamo il lavoro nel rispetto della salute della popolazione, e nel rispetto delle indicazioni della magistratura”. E’ una strada ovviamente corretta ma impraticabile, una soluzione da talk-show. Nel frattempo, dobbiamo sorbirci i ragionamenti “a monte”, che sanno tanto di socialismo reale (il manifesto di ieri), ove dalla contestazione delle privatizzazioni (ripercorrendo tutta la storia di Prodi, lo stesso che quindici anni dopo le presunte sconcezze delle privatizzazioni aveva recuperato le stigmate del presidente della Repubblica ottimale: in realtà era lo stesso ottimato di allora) si arriva alla proposta della nazionalizzazione e del blocco delle privatizzazioni delle aziende municipali. Si cita la solita Francia, ma non il “disastro” Hollande. Poi interviene Vendola che quando sente parlare di nomine è attentissimo, e boccia il “potenziale commissario” Bondi.
Dobbiamo ringraziare che abbiamo un governo dalle larghe intese, che al potere abbiamo due giovani leader come Letta e Alfano, che presidente della Repubblica (e non dimentichiamolo presidente del Csm) sia un uomo come Napolitano, che ci siano due eccellenti ministri alla Giustizia e agli Interni. Loro sanno che siamo in guerra, non possiamo chiudere l’Ilva, perdere 40 mila posti di lavoro, assorbire le ricadute sul resto dell’industria italiana, legandoci mani e piedi alla Germania. Si abbia uno scatto di buon senso, d’orgoglio, la presidenza del Consiglio in quanto potere esecutivo avochi a sé il problema e decida, nell’esclusivo interesse del paese. Smettiamo di nasconderci dietro le responsabilità dei Riva (ripeto, loro sono ormai un “fascicolo giudiziario”), della magistratura, il cui compito è applicare la legge, non certo sciogliere nodi politico-economici. Chi di dovere eserciti la leadership, cessi l’orrenda manfrina. Una volta che tutto sarà chiaro e trasparente, i Riva definitivamente usciti anche nella forma (a questo punto, si tratta di una banalità), la gestione torni a quelli cui compete, i manager (possibilmente non supermanager) e la proprietà a imprenditori (nuovi). Thatcher, e poi il suo allievo Obama, hanno indicato il percorso, e le modalità con cui operare.
di Riccardo Ruggeri
L'editoriale Ilva Brockovich